Qualche decennio fa Milano era una città laboriosa e tranquilla, ma oggi il panorama sociale e produttivo è irriconoscibile, non più il “cumenda” , il “ghe pensi mi” e operosi e frettolosi operai, artigiani, commercianti e impiegati che attraversano velocemente le silenziose strade di città, ma mafia in giacca cravatta che si impossessa delle attività e si infiltra in ogni menandro ecnomico, spaccio di droga, prostituzione, abusivismo, degrado, corruzione, gangs di etnie rivali che si disputano il territorio e i più loschi affari …. e i pochissimi milanesi doc, ormai delle vere mosche grigie, sussurrano sconsolati: “Qui tutto è cambiato”
Lucio Vecchiotti / redcarpet.arbaka.com
Di seguito pubblico integralmente un ottimo articolo inchiesta, pubblicato da Il Corriere della Sera, e scritto a quattro mani da Andrea Galli e Gianni Santucci, leggetelo che ne vale la pena:
MILANO — Quando vedono la polizia, ingoiano. Pallette di pellicola trasparente, le tengono sotto la lingua. Costano da 30 a 50 euro. Contengono cocaina, a volte sono «pacchi»: solo gesso. La vendono nei cortili, negli androni. La mattina invece svolazzano sui marciapiedi rettangolini di Domopak d’alluminio, bruciacchiati al centro. Servono per scaldare l’eroina e fumarla. La droga muove un bel pezzo dell’economia di queste strade disperate. Strade di balordi e poveri cristi. Centinaia di spacciatori lavorano in via Padova e traverse, da piazzale Loreto al primo ponte, prima periferia di Milano. Meno di un chilometro. E decine di palazzi andati in malora. Da ieri sembra finita in cancrena pure la convivenza, che non è mai stata un granché. Dice in serata Mahmoud Asfa, imam della moschea di via Padova: «Faccio un appello alla mia comunità perché non cerchi la vendetta». Storica zona di immigrazione dal Sud, questo quartiere di Milano. Palazzi di ringhiera, dove si ammassava la forza lavoro del boom economico, famiglie siciliane, pugliesi, calabresi. Case senza bagno (all’epoca) e ragazzini nei cortili. Padri in fabbrica. Falck, Breda. Erano gli anni Cinquanta e Sessanta: di quell’epoca, oggi, rimangono gli anziani, le vedove e i pochi cittadini che dicono «usciamo solo per fare la spesa e poi rimaniamo in casa». Gente che si è ritirata di fronte allo spaccio, la prostituzione, l’abusivismo.
Via Crespi, Arquà, Clitumno, Marco Aurelio: potrebbero essere il posto ideale per un seminario di studio sulla totale assenza di governo dell’immigrazione. Spiega il parroco di San Giovanni Crisostomo, don Piero Cecchi: «La gente non era pronta a un’immigrazione così veloce e numerosa ». Ora ci sono troppe fratture da ricucire. E questo a Milano lo sanno tutti, da almeno dieci anni. L’ultimo rischio è che la conflittualità latente esploda in una legge del taglione, eccitata dal sangue di quel ragazzo morto ieri sull’asfalto. Sulla deriva criminale di questa zona si muovono in molti. Romeni e albanesi, che lavorano di più con la cocaina; maghrebini, che smerciano soprattutto il fumo; sudamericani. Ogni gruppo per anni ha lavorato da solo. Con le mazze e i coltelli si sono contesi portoni, sottotetti occupati per gli «imboschi», pezzi di strada per lo spaccio. Oggi pare che si stiano mischiando. E le alleanze che si stringono e si sciolgono si portano dietro il rischio di intrighi, traditori, vendette. Poi c’è la prostituzione, quella di livello più basso, ed è un altro giro criminale che s’intreccia agli altri. L’anno scorso i poliziotti del commissariato Villa San Giovanni, solo loro, hanno fatto oltre 150 arresti. Anche se poi a rovinare l’esistenza di chi vive in queste strade c’è la crisi di convivenza sulle cose più semplici. I gruppetti che si ubriacano per strada, litigano, urlano. Gli inquilini di via Crespi hanno affisso centinaia di fogli A4 ai muri con un semplice avviso: «Non sporcare, non buttare bottiglie, non strillare di notte, non mangiare sui marciapiedi». In questa stessa via otto vetrine su dieci sono di market e ristoranti etnici (Bangladesh, Egitto, Marocco). Sugli autobus, un passeggero su sette non paga. È la media peggiore della città: quasi 7 mila multe negli ultimi sei mesi. Per la Camera di commercio, via Padova è la strada più straniera di Milano: 1.311 imprese intestate a immigrati, più di una su tre.
E questo, di per sé, non sarebbe un male. Se non fosse che in queste comunità, isolate e compresse in uno spazio ridotto, le leggi della strada contano più del resto. E le liti finiscono spesso a coltellate, a cocci di bottiglia spaccati. Gli adolescenti sono la fascia più esposta e più pericolosa. Più a rischio per la droga e l’alcol. Sono i più sradicati e i più isolati, esclusi da una città che a quattro fermate di metrò sfoggia il lusso di via Montenapoleone, ma che per loro resta inaccessibile. Il gruppo è la risposta più immediata: per i giovani sudamericani assume la forma più strutturata della pandilla, della gang; per gli arabi non ha codici, né segni di riconoscimento. Ma la rabbia è identica. La scintilla per picchiarsi, spesso, è una parola o un’occhiata. Ora c’è anche un morto da vendicare. / Andrea Galli e Gianni Santucci




